Con Bolla Apostolica
del papa Clemente VII, il 29 luglio 1529, venne fondata la Collegiata dedicata
a San Michele, costruita su una precedente chiesa, anch’essa dedicata a
Sant’Angelo.
Recentemente, nella
parte sinistra del transetto, sotto l’altare della Sine Macula, è stato rinvenuto un frammento di pavimento con
tessere maiolicate di rimembranza aragonese ma databile ai primi decenni del XVI secolo,
costituendo una preziosa traccia del primo impianto della chiesa. La
costruzione, infatti, come spesso accade ai principali luoghi di culto
cittadini, è la risultanza di numerosi interventi succedutisi nel tempo. La sua
pianta è di tipo basilicale con tre navate e transetto, mentre l’elevato,
nonostante la veste di stucchi barocchi e affreschi seicenteschi, denuncia
unimpronta rinascimentale e manierista con un armonico sviluppo di volumi
ascendenti e di spazi dilatati. L’autore del progetto non è noto perché gran
parte dei documenti originali sono andati distrutti in un rovinoso incendio
del 1626, però, molte delle scelte costruttive evidenziano un aggiornamento
sulla coeva cultura napoletana. La costruzione della fabbrica ebbe inizio nel
1522 a cominciare dalla zona presbiteriale per poi procedere verso l’ingresso.
La sua ultimazione è da collocare al 1614 come si evince dalla data apposta
sulla facciata. Il progetto del portale e la sua realizzazione sono del maestro
Francesco Catorano, del quale è stato rinvenuto il disegno preparatorio
allegato al contratto del 4 luglio 1611. I1 protrarsi dei lavori trova una
possibile spiegazione nella storia di Solofra. La Collegiata, infatti, è stata
il simbolo della religiosità della municipalità cittadina.
L’Universitas, con
ogni probabilità, è stata la committente dell’intera opera, finanziando i
lavori e rallentandoli durante la crisi degli anni cinquanta del Cinquecento
quando la cittadina perse la demanialità e fu venduta
agli Orsini di Gravina. Ciò nonostante, il governo cittadino si è sempre fatto
carico delle spese per il mantenimento della chiesa. E' questo il motivo per il
quale il simbolo dell’Universitas, un sole antropomorfo con una fitta
raggiera, è apposto non solo sulla facciata dell’edificio ma anche su altre
opere come il pulpito ligneo del 1583, la cona dell’altare maggiore del 1610,
gli stucchi settecenteschi e gli affreschi dell’arco trionfale.
La storia della Collegiata, purtroppo, è costellata
anche di innumerevoli danni causati soprattutto dai terremoti. Devastante deve
essere stato quello del 1688. Un altro, ricordato come il sisma di S. Anna, ci
fu il 26 luglio 1805. Danni gravi furono causati anche dall’incendio che l’8
maggio 1888 distrusse gran parte dell’archivio. E altri ingenti danni sono
stati provocati dall’ultimo sisma del 1980. Ed ogni volta la collettività non
ha fatto mancare il proprio impegno per il restauro e la ricostruzione. Il
patrimonio artistico della Collegiata è vario ed articolato con numerosi
dipinti e sculture. Ma un posto a parte meritano i due
cassettonati che coprono il soffitto della navata maggiore e del transetto con
tele, rispettivamente. di Giovan Tommaso Guarino il primo e
del figlio Francesco il secondo. Il gusto di decorare i soffitti delle chiese
con dipinti inseriti in cassettonati lignei riporta ad una consuetudine
napoletana soprattutto negli ultimi decenni del Cinquecento e nella prima metà
del Seicento. La lavorazione dell’intera struttura fu affidata a Giovan
Tommaso, il quale si firma sulla
cornice del dipinto centrale Jo Tomas
Guarinus solofranus pinsit et sculp, indicando che il maestro era non solo
pittore ma anche scultore con una bottega artistica capace di fornire
prodotti di diversa natura. La doratura dei due cassettonati, effettuata nel
1631 e nel 1633, non fu opera di solofrani, come ci si sarebbe aspettato
essendovi un attivo artigianato di battitori d’oro (battiloro), ma del
napoletano Giuseppe Rosarno e del lucchese Michele Pistelli. L’iconografia
delle tele dei due cassettonati ha nella quasi totalità per soggetto l’angelo.
Nella navata centrale sono raffigurati episodi biblici dell’Antico Testamento,
nel transetto episodi dei Vangeli e dell’Apocalisse. Sembra ovvio lo stretto
legame che corre con il patrono della Collegiata e dell’intera cittadina.
Autore del ciclo veterotestamentario è Giovan Tommaso Guarino, il quale si
firma con il monogramma GT sulla nuvola del telone raffigurante il Paradiso. La datazione dovrebbe essere,
contro ogni tradizione locale, successiva al 1631 dopo l’indoratura del
cassettonato. L’insieme dell’opera, ad una visione distanziata, dal basso verso
l’alto, come tutti i lavori di quadratura, presenta una gradevole vivacità di
colori e un armonioso impianto scenico e narrativo, indice di una efficace
padronanza tecnica. Il pittore, infatti, qualche anno prima (1622) aveva
realizzato un altro cassettonato per la chiesa dello Spirito Santo, adesso
ricollocato in parte nella vicina chiesa di Santa Chiara. La cultura
artistica denota una ferma adesione alla cultura tardomanierista napoletana dalla
quale attinge solo accostamenti cromatici e motivi iconografici, mentre nella
realizzazione stilistica esprime fugaci riferimenti al tardo Corenzio e al
Santafede ma con un fare spesso legnoso e approssimativo, che risulta ben
evidente ad una visione ravvicinata dei suoi dipinti. Ben altro discorso,
invece, va fatto per l’altro ciclo, quello del transetto, opera di Francesco
Guarino, il quale esprime una cultura profondamente diversa e certamente più moderna di quella del padre.
La realizzazione del ciclo, come dimostrato da recenti rinvenimenti
documentari, inizia nel 1636 con una interruzione
nel 1637 (data apposta sul basamento dell’Annuncio a Zaccaria) e con una ripresa dei lavori agli inizi del 1640 e
una chiusura definitiva nel 1642 (data apposta sull’inginocchiatoio della
Vergine nell’Annunciazione). Questo
ciclo, indubbiamente costituisce non solo l’opera principale del Guarino, ma
anche la più importante opera d’arte presente a Solofra. Essa inserisce,
culturalmente, il centro irpino in tutta la grande pittura napoletana del
Seicento.
Bernardo De Dominici, biografo settecentesco, afferma
che il pittore solofrano fu allievo di Massimo Stanzione a Napoli, del quale,
proprio nella Collegiata, ha replicato l’Annuncio
a Zaccaria ora nel Museo del Prado di Madrid. Studi recenti, analizzando il
ciclo sanmicheliano, hanno potuto appurare stretti rapporti stilistici sia con
la cerchia di Filippo Vitale sia con quella del Ribera, del quale riprende
interi brani profusi nelle tele solofrane. I personaggi del Guarino, come era
consuetudine dei naturalisti, sono ritratti di uomini, donne e bambini, suoi
parenti o compaesani. In alcuni casi sono rappresentate scene di vita
quotidiana, come la donna con il cesto in testa o la questuante o il mercato cittadino.
Ma, come si accennava, il patrimonio della Collegiata è molto vario. Dello
stesso Guarino meritano di essere ricordati La Sine Macula, realizzata agli inizi degli anni quaranta e non nel
1637 come vuole una tradizione mai documentata, Il transito di Giuseppe collocato nel cappellone dei morti e
databile fra il 1643 e il 1645, La
Madonna delle Grazie e Santi realizzata con la collaborazione di aiuti.
A capo altare è una maestosa tavola dipinta
raffigurante L’incoronazione della
Vergine, opera di Giovan Bernardo Lama del 1594.
Negli altari laterali vanno ricordati una Natività copia da Andrea Sabatini, La Pentecoste di Angelo Solimena datata
1654, San Giovanni Battista di un pittore
stanzionesco del Seicento. Alcuni dipinti sono di
Giovan Tommaso Guarino, come San Carlo Borromeo, La Trinità e La Madonna del Rosario. Sul transetto
due ovali sono opera di
un altro pittore solofrano settecentesco, Matteo Vigilante. Notevole
importanza rivestono i portoni lignei, scolpiti magistralmente da un maestro
manierista, mentre l’organo e il pulpito sono opera del maestro napoletano
Giovanni Antonio Sclavo.
Numerose sculture sono opera di Giacomo Colombo,
scultore amico di Francesco Solimena, attivo nei primi decenni del Settecento.
A lui sono da attribuire il San Francesco
di Paola e il Sant’Antonio a
capoaltare e alcune altre statue di santi a mezzobusto. Notevole importanza
riveste il crocifisso ligneo databile alla prima metà del XVI secolo.