Cenni
storici
Montoro, da mons aureus,
monte d’oro, per la fertilità del suolo e per la ricchezza delle sorgive, o da mons
taurus perché sorto a piè del monte, anticamente chiamato dal Tarì, cioè
del toro. In varie pergamene antiche si legge anche Montaureo, Montoro, qualche
volta Montorio e raramente Mondoro.
Il Monte del Toro della
catena sub-appennina, detto anche Monte Taurino o S. Michele o Angelo, è posto
fra Mercato S. Severino e Solofra, estendendosi fino a Calvanico. Sull’alta
vetta, metri 1563, è elevata una Cappella votiva a S. Michele Arcangelo.
Le origini di Montoro sono antichissime: secondo
molte probabilità deve l’esistenza ad un’emigrazione di Picentini, che disfatti
dai Romani nel 485 di Roma, e raminghi, si fermarono in queste contrade. Ma già
questa terra era stata teatro di strage tra Sanniti e Romani. Lo attestano le
monete romane di bronzo, oltre un quintale, rinvenute alla contrada Retomuro.
Tale tesoro era nascosto alla sponda di un rivolo d’acqua, sotto un gran masso
di pietra viva. caduto per una frana del terreno. Senza dubbio, esso tesoro era
lì giacente dall’epoca del Repubblica romana, poiché tutte le monete sono della
stessa epoca e nessuna di conio posteriore. I pezzi, tutti dello stesso periodo
delle monete dell’aes grave, presentano un aspetto rozzo e grossolano,
ma sono ben conservati. La iconografia in tutte la stessa: quelle di una libbra
romana, con la testa di Giano bifronte, e le altre di mezza libbra con le teste
di Giove e di Pirro, e segnate dai monogrammi dei magistrati monetari e coni di
famiglie patrizie, specie Iulia e Domitia. Si rinvenne pure una daga a due
tagli, nonché un vaso di terracotta. Tutto lascia opinare che detto tesoro
dovette costituire una scorta militare probabilmente abbandonata e deposta dai
Romani, quando videro prossima la maggiore rotta che mai soffrissero, passata
la storia col nome di "Forche Caudine". Infatti i Romani sostarono
qui a Montoro nel 321 av. C., quando i due consoli Tito Vetruvio e Spurio
Postumico ebbero l'ordine di marciare in Campania , per assalire il Sannio.
Anche in quella gola di Retomuro i Sanniti di Caio Ponzio affrontarono i
Romani, onde evitare loro di inoltrarsi, e questi, quasi tutti, perirono con
cruenta strage.
Verso
gli ultimi anni della Repubblica Romana, Montoro faceva parte, con S. Severino,
della popolazione Rotise o Rotese, la quale, a sua volta, formava una parte
della genia Picentina, che, stanca della Confederazione Romana, si diede ad
Annibale, dopo la famosa sconfitta di Canne, rimanendo sotto il dominio
cartaginese per cinque anni
Montoro,
nel 569 d. C. fu Signoria di Zottone, generale di Auteri II, re dei Longobardi;
fu poi sotto il castaldo di S. Severino. Nel 943 il conte di Giffoni ottenne da
Gisulfo, principe di Salerno, Castaldatum S. Severini cum Montaureo usque ad
Serrinas de Phipilea. Landone (1012); Polfrido (1032); Maione (1053): Maio
Comes Montauri a Paldo germano suo occisus est propter suan incontinentiam et
improbabitatem. Nel 1268 fu da Carlo I d'Angiò donato a Guglielmo di
Belmonte al quale successe poi sua figlia Isabella (1269), e per la morte di
lei, passò al regio fisco; poi fu dato a Riccardo conte di Marsico, che ne
faceva dono a sua moglie in seconde nozze, Berardessa del Duca (1270), che, passata poi in moglie a Pietro
de Suria (1279), ne trasferì a costui il dominio. Con la divisione fatta del
Ducato di Benevento, nell'anno 1284, il feudo di Montoro, ch'era incorporato a
Caserta, passò al Principato di Salerno, che si chiamava Principato ultra
serris Montori. Nel 1299, morto il de Suria, il detto feudo passò
nuovamente al fisco, poi donato da Carlo II a Bartolomeo Siginulfo, camerario
del regno di Napoli, sotto del quale è mercé l'opera sua presso Carlo II, che
lo aveva in grande considerazione, il feudo di Montoro veniva costituito feudo
indipendente (1304). Spossessato il Siginulfo, fu dato a Roberto d'Angiò a
Diego della Ratta (1314), a cui successe il figlio Francesco (1320), che a sua
volta, per la sua morte ebbe ad erede il figlio Antonio (1359), il quale lo
diede in dote alla figlia Francesca (1380), che sposò Matteo della Marra de
Serino, che per la morte della moglie, divenuto padrone, lo vendé a
Bernardo Zurlo (1405), e morto costui, passava a suo figlio Francesco (1415).
Morto il quale, passava al figlio Bernardo (1461), che morì nel 1492,
succedendogli il figlio Francesco, che nell'anno 1495 fu spogliato del contado
montorese. Impossessatosi la Regia Corte dello Stato di Montoro, venne venduto
dal viceré di Napoli, Cardinale Colonna, ad Annibale de Capua (1531), il quale
dopo pochi giorni lo rivendette a Lucrezia Zurlo, moglie di Bartolomeo de
Capua, che nel 1535 lo cedette a sua volta al figlio, Luigi Martino, dal quale
passava poscia a Giovanni de Capua suo figliuolo (1554), che con testamento lo
lasciò alla figlia Ippolita (1588), che lo rifiutò a favore dello zio paterno,
Fabrizio de Capua (1589). Da questi passò al figliuolo Vincenzo Luigi (1591),
che lo donò al figlio Giovan Fabrizio (1605), che dopo poco lo vendette allo
zio Giovanni de Capua (1623), il quale, non avendo la possibilità di pagare, lo
rifiutò, ritornando il feudo di Montoro a suo nipote Giovan Fabrizio (1624), ed
alla sua morte, lo ereditava il figlio Bartolomeo (1645), che trapassato nel
1691, ebbe a successore il figlio Giov. Battista. Esiliato in Francia e
spogliato, costui, dei suoi beni, perché mandante dell'uccisione di Carlo
Antonio Galiani, e complicato nella congiura del Principe di Macchia, pervenne
il feudo di Montoro a suo figlio Bartolomeo. Ritornato in patria Giovan
Battista (1707), lo riebbe. Alla sua morte (1732), e premorto il figliuolo
Bartolomeo, passò il feudo di Montoro al figlio di quest'ultimo, anche
Bartolomeo; essendo minorenne, n'ebbe l'amministrazione la madre, Donna Anna Cattaneo;
diventato adulto resse la contea di Montoro fino alla morte, e ne fu l'ultimo
conte, perché per mancanza di prole passò il feudo al regio fisco sino
all'abolizione, 2 agosto 1806.
Tratto dal libro di Aurelio Galiani
II edizione
curata da Aurelio Pironti
Anno 1990.