L’Episcopio di Montoro
Presso l’antico
Castello Longobardo v’era il Casale di Castello, ove la
immutata ed immutabile tradizione vuole che, verso il decimo secolo, ebbe
stanza la Sede Vescovile di Montoro. Sono ancora visibili le vestigia della chiesa
cattedrale di S. Niccolò extra muros e di un vasto fabbricato attiguo,
forse, il palazzo del Vescovo. Il not. Vinciguerra Vaiano di Montoro, prot.
anni 1480 - 1520, ebbe a sostenere che indubbiamente Montoro
fu investito della Sede Vescovile, ma n’ebbe, ben presto, privato l’episcopale
privilegio per la scelleraggine dell’omicidio sortito in persona del
Vescovo.
Nelle Antiquitates
Jtalicae medii aevi del Muratori, e nella Storia del Principato di
Salerno, di F. Ventimiglia, si legge che, nel secolo decimo, Cenàmo fu
Vescovo di Montuoro. Nell’archivio arcivescovile di Salerno si trovano
zibaldoni antichi, che registrano le rendite e certe donazioni passate alla
mensa arcivescovile senza dubbio dal soppresso Episcopio di Montoro.
Giustamente lo Scoppa ed il Flodiola, nelle opere citate, si domandano: “Ebbene
chi si tolse la briga di scrivere in quegli zibaldoni, e senza una ragione al
mondo: Episcopio di Montoro, rendite dell’Episcopio ecc.? Chi generoso donò in
tempi remotissimi tali cespiti? Quale atto accenna la compra o la provenienza
delle rendite?”. E'
bene evidente che dismesso il Vescovado
di Montoro, i principi di Salerno, Gisulfo, Ruggiero e Roberto Guiscardo, se
ne impadronirono, unito ai beni e rendite. Di poi, ritrovandosi in Salerno il
Sommo Pontefice Alessandro II, ne trattò la restituzione. Infatti, nel Concilio
di Melfi, 1067, obbligò Guglielmo il Normanno, figlio di Tancredi, a restituire
e consegnare la cappella di S. Michele Arcangelo, sita nella Grotta di
Montoro, e la chiesa di S. Giovanni, con i beni e le rendite appartenenti
all’Episcopio di Montoro, che devolse a favore della mensa arcivescovile di
Salerno, retta, in quel tempo, da Alfano I. È indubitato
che la chiesa o grotta di S. Michele e la chiesa di S. Giovanni, nel 1041,
appartenevano al Vescovado di Montoro, come traspare dai privilegi emessi dal
principe di Salerno, Guaimario IV, e che nel 1067, come sopra ho accennato,
passarono all’Arcivescovado di Salerno. Dismessi i canonici dalla Cattedrale di
Montoro, i parroci, dico con lo Scoppa, come residuo ereditario, s’in signirono
- come ancora attualmente - della mozzetta violacea, anziché rossa. Presso la contrada Labso, un
vasto territorio irriguo è denominato, anche presentemente, Episcopia, Piscopia, cioè terra appartenente all’Episcopio.
La
tradizione ininterrotta, di circa dieci secoli, che il popolo ripete come se
il fatto fosse di oggi, rimanda finanche i nomi dei colpevoli dell’omicidio
del Vescovo, e li vuole appartenenti ad una tale famiglia di Melchiorre Ragno,
della contrada di Borgo o di Vigna Veterana, cognome tuttora esistente. La
tradizione stessa vuole che essi uccisero il Vescovo, mentre vestito dei sacri
paramenti pontificalmente celebrava la Messa, nel giorno di Pasqua, e che,
compiuto il delitto, precipitarono il cadavere, in una botte, per la rupe del
Castello.
Per secoli i
cittadini di Montoro implorarono dalla Santa Sede l’assoluzione, che finalmente
fu loro concessa da Papa Leone X (Giovanni dei Medici), all’istanza del
Cardinale di Napoli, Oliviero Carafa, fratello della contessa di Montoro, Donna
Elisabetta, la quale molto e incessantemente l’aveva premurato. In espiazione,
i montoresi furono sottoposti, in perpetuo, a
fare ogni anno una processione di penitenza col Divinissimo. E infatti, il Not.
sincrono Vinciguerra Vaiano, nella sua scheda, ci attesta che il 1° gennaio 1520 ebbe luogo, per la prima volta,
l’imponente processione di penitenza, con l’intervento di oltre duemila
persone, pigliando parte anche la Contessa Carafa, con l’ecc.mo padrone e
signore D. Giacomo Zuroli, suo primogenito. Tuttora tale processione
espiatoria, con devozione si ottempera, limitata dalla chiesa parrocchiale di
Piano, per Preturo, fino a quella di Borgo.
“Il Casale detto
Castello, oggi disabitato, in dove vogliono per antiche tradizioni, che ivi
fusse stata edificata la città di Montoro, ed in essa vi stava la Sede
Vescovile, siccome raccogliasi dalle varie notizie lasciate ai posteri dal
magnifico Notar Vinciguerra Vaiano di detto Stato, il quale ha scritto come nel
tempo di Leone X, Sommo Pontefice, procurossi ottenere nuova assoluzione per
l’antico omicidio sortito in persona del suo Vescovo; per qual motivo funne
scomunicata la Città tutta di quei tempi. Sillogizzando poi gli antichi
abitanti di non essere stata quella veramente assoluta, stantino ch’essi
vedeansi allora andare da male in peggio in tutte le di loro cose; per
togliernesi dei scrupoli, ed a maggiore cautela, ne fecero nuove, e premurose
istanze per mezzo dell’eccellentissima Signora D. Isabella Caraffa, in quel
tempo degnissima Contessa di Montoro, quale interpose il suo caritativo impegno
con suo Fratello, allora Arcivescovo di Napoli, appresso di Sua Santità in
Roma: ed in effetto ottennero la bramata assoluzione, la quale fu commessa al di
sopra mentovato Prelato, come da copia di sua lettera diretta a detta signora
Contessa leggesi, il quale ordinò che per la penitenza di detta assoluzione,
così il R. Clero come il popolo di Montoro, in un giorno festivo solenne,
avessero fatto una generale processione, con cantarsi una Messa, nella prima
Chiesa Parrocchiale di Montoro... Quanto fu comandato, tanto fu adempito nel
primo giorno del mese di gennaio dell’anno 1520, col farsi la detta
processione, quale riuscì di gran pompa spirituale, si per il numeroso popolo
concorsovi sino al numero di duemila tra uomini e donne; si anche per la gran
compunzione di cuore, e dì lacrime di tutti quei cittadini, che sembrava una
Ninive penitente, ed andati in detto giorno processionalmente nel suddetto Casale
di Castello nella forma già espressa. Giunti nella Chiesa Parrocchiale di S.
Pantaleone ivi dal R. Clero fu cantata l’imposta Messa solennemente: Appena
terminata tal funzione tutto il Clero colla turba di tanta gente populare si
portò verso le mura dirute dell’antica chiesa del Vescovato che diceasi di S.
Niccolò extra muros ed ivi fatta orazione, si portò via, pure
processionalmente verso la Chiesa della SS. Annunziata del Casale di Piano, ove
giunti ritrovarono nello stesso luogo la detta signora Contessa
coll’Eccellentissimo sig. D. Giacomo Zuroli suo primogenito, e cantatasi altra
Messa in detta Chiesa dell ‘Annunziata pro gratiarwn actione, con
l’assistenza dei suddetti eccellentissimi signori terminato il tutto,
ciascheduno poi presa licenza da detti signori, con allegrezza spirituale
ritirossi ai propri affari... L’insegna che portano, li RR. Parrochi di Montoro
attualmente, cioè la mozzetta di color violaceo, dinotando essere stata quella
l’insegna dei Canonici della Cattedrale, e perché quella poi restò desolata,
edifincandosi i Casali si dimisero i Canonici e si trasmise la sopraccennata
insegna a detti RR. Parrochi, come residuo ereditario della Cattedrale
suddetta: tanto più che osservasi come tutti l’altri RR. Parrochi della
Diocesi Salernitana non godono tal prerogativa di portar l’insegna della
mozzetta violacea. Si aggiunge a tutto ciò, come quando fu data e concessa la
chiesa detta del Corpus Domini di detto Casale alli RR.PP. della Congregazione
di Monte Vergine, la quale oggi da essi si possiede, quella si suppone essere
stata sotto il governo dei Canonici fintanto che poi affatto si tolsero e così
per giusti segreti di Dio, e per le guerre civili, e per la peste in quei
antichi trasandati tempi si disperse in tutto la memoria della città, e si
attese all’edificio di più Casali da mano in mano.
Fra l’attinenze del
prenomato Casale del Borgo e di quelle del Casale di Preturo, nella costiera di
un Monte ritrovasi un’antichissima Chiesa detta di S. Michele Arcangelo; è
costrutta naturalmente in una grotta di pietre... La suddetta ne ha pensiero e
viene governata dall’Agente dell’Episcopia di Montoro, che suol fare e
destinare con lettere patentali l’illustrissimo Mons. Arcivescovo di Salerno,
spettando detta Chiesa alla sua Mensa Arcivescovile, una colle rendite della
preaccennata Episcopia, che con amplissimi privilegi furono concesse e
restituite; così detta chiesa di S. Michele Arcangelo, come l’altra di S.
Giovanni, alla suddetta Mensa Arcivescovile, con tutte le rendite, territori e
pertinenze da Gisulfo, Roggero e Roberto Giuscardi dei Principi di Salerno
nell’anno 1080, come registrasi nell’Archivio di detta Mensa, nel fascicolo I
n. 8, e poi fu confermato dall’Imperatore Federico nell’anno 1220, come da
privilegio in fase. I n. 12, e dell’istesso modo anche da Renato d’Angiò
nell’anno 1460 (fase. I n. 16), ed in corroborazione di tali e tante
concessioni gareggiavan parimenti i sommi Pontefici col di loro zelo, fra i
quali fu il celebre Alessandro II, il quale con sua bolla confermò le suddette
chiese e di esse beni in dominio della Chiesa Salernitana, come in detta Bolla
si legge: Et Ecclesiam S. Michaelis Arcangeli in cripta Montis qui dicitur
Auricum omnìbus hominibus, et pertinentiis suis etc. (quali Bolle
ritrovansi nel fasc. 2 n. 2), e dello stesso modo con altra Bolla fece Papa
Alessandro III, nella quale le seguenti parole si notano: Ecclesiam S.
Ioannis de Montorio cum hominibus, terris et pertinetiis suis (fase. 2 n.
7) e ciò pure fecero gli altri Sommi Pontefici Lucio III, Innocenzio III e
Gregorio IX (fasc. 2, n. 9, 11 e 15), e finalmente con più ampia concessione
stabilì con sua Bolla Alessandro IV, nella quale fra l’altro ciò si legge: Ecclesiam
S. Joannis de Montorio, S. Angelo de Montorio cum hominibus terris et pertinentiis
eorum (fascicolo 2 n. 16). Sicché dalle citate notizie si viene apertamente
in chiara, evidente e indubitata cognizione come Montoro sia stata città, e
perciò in quella vi sia stata la Sede Vescovile, ma perché sono scorsi non dico
più ma molti secoli, a taluni sembra un’ideata iperbole, col dire quando mai
Montoro ave avuto la Sede Vescovile se nell’Archivio Romano non trovasi tal
registro di Vescovato? E perché non deve dirsi, chi è stato quel tale che
s’abbia preso simile incomodo? Chi è stato quel tale mio signore che à preteso
tal notizia? A’ forse mandato qualche dozzina di dobble in Roma per spenderle
in far una si lunga diligenza di così ben remote ed antiche memorie? E sebbene
volesse concedere che si fussero già quelle pratticate e non ritrovate veruna
notizia, perché non applicarsi alla scarsezza della diligenza? E perché non
considerarsi colla lunghezza del tempo a gli assalti, sacchi, incendii, guerre,
pestilenze ed altro accaduto alla città di Roma siccome i ‘istorie rapportano?
Non mi si può negare che
fino al presente giorno chiamasi e dicesi l’Episcopia di Montoro, il che non
solo sta registrato nell’Archivio della mentovata Mensa Arcivescovile di
Salerno, ma pure sempre per il passato antico tempo così si è detto, e dicesi
nello Stato di Montoro: la quale Episcopia altro non contiene e può contenere,
altro non significa e può significare se nonché Chiese, giurisdizione e rendite
annuali, che spettano al Vescovo e le dette Chiese di S. Michele e di S. Giov.
colle di loro rendite e giurisdizione, che bene si può e devesi con
grandissimo fondamento di ragione credersi come da circa un millenario di anni
trasandati erano del Vescovo di Montoro: Ecco il canto delle Bolle di sopra
citate: Ecclesiam S. Michaelis Arcangeli de Monto rio, S. Ioannis de
Montorio cum hominibus, ecco la giurisdizione; terris et pertinentiis
suis ed ecco le annue rendite. Dismessa poi e tolta la Sede Vescovile per
causa della scelleraggine dell’omicidio sortito in persona del Vescovo, come
dalle menzionate notizie di Vinciguerra Vaiano, o per giusti giudizi di Dio,
dei beni e rendite del Vescovado se ne fussero impossessati ed impadroniti in
tempo di guerra o per altre congiunture e pretenzioni i Regnanti di quei
antichi tempi, come notasi dall’lstorie di Roberto Guiscardo, ed altri antichi
dominanti i quali poi diedero e restituirono i suddetti beni non più al Vescovo
di Montoro quale erasi dismesso da secoli addietro, ma bensì furono concessi
alla Chiesa Salernitana colla corroborazione delle diverse cit. Bolle emanate
da tanti Sommi Pontefici; or dunque erano beni di Chiesa, e siti in Montoro, e
di qual mai poteasi supporre e credere di essere se non che della Mensa
Vescovile di Montoro? Anzi la s. mem. del citato Alessandro II, Sommo Pontefice
(come leggesi) che nel concilio di Melfi con censure obbligò Guglielmo figlio
di Tancredi a dare e confirmare e restituire le chiese di S. Michele Arcangelo
e G. Giov., dell’Episcopia di Montoro cogli di loro beni e giurisdizione alla
Chiesa Salernitana, come seguì in quel tempo, ritrovandosi in Salerno il detto
Sommo Pontefice, ed il Guglielmo di che ne spedì le più volte dette Bolle
all’allora Arcivescovo di Salerno Alfano I di tal nome e nono Arcivescovo. E
consentaneo e di ottimo pensiero fu il concedere i detti beni dell’Episcopia
già detta alla Mensa Salernitana, così per essere la metropolitana, come pure
perché era fondata sotto i Reali auspici. Devesi ancora riflettere non senza
fondamentale ragione come una volta che Roberto Guiscardi, l’Imperatore
Federico, Renato d’Angiò, Guglielmo figlio di Tancredi, ed altri, che diedero,
concessero, restituirono tanto, alla Mensa Salernitana, bastava a quella Chiesa
il privilegio del concedente e non era necessario la Bolla Pontificia: ora nel
nostro caso abbiamo che quando furono restituite da Guglielmo le Chiese e
rendite dell’Episcopia di Montoro e quelle aggiudicate alla Chiesa Salernitana
si spediscono le Bolle di confirma investitura ed aggiudicatura, dunque devesi
per tutti i modi credersi come quelli beni essendo dell’un tempo Vescovo di
Montoro, quello cessando, il Sommo Pontefice doveva urtino o concederlo ad
altra Chiesa come fece santamente il rinomato celebre Alessandro con gli altri
di sante memorie. Dunque deve rendersi in qualche modo almeno capace il leggitore,
colla diversità e moltiplicità delle notizie e ragioni addotte, le quali non si
discostano dalla venisimilitudine, ch’é quasi certezza indubitata come Montoro
anticamente da mille anni addietro non solo sia stata una delle città di questo
Regno, ma pure che vi sia stata la residenza del suo Vescovo; e che poi da
tanti secoli ne sia privo, questi sono imperscrutabili arcani dell’Altissimo a
che umilmente mi sottopongo”.
Tratto dal libro di Aurelio
Galiani
II edizione curata
da Aurelio Pironti
Anno 1990.