Il santuario dell’Incoronata

 

L’Irpinia non è soltanto celebre nei fasti della religione per il suo rinomato Santuario di Montevergine, le cui vicende secolari sono legate alla storia della monarchia del mezzogiorno, dai Normanni ai Borboni, ma lo è anche per altri rinomati santuari mariani, ricchi di memorie antiche e venerande, insigni per la fede e la devozione dei popoli, che vi accorrono a visitarli.

Chi non sa del Santuario dell’Incoronata, sulle coste del monte S. Michele o Angelo, in mezzo ad una ricca e lussureggiante vegetazione boschiva e in una pittoresca, incantevole posizione?

Le sue origini si nascondono tra le tenebre dell’alto Medio Evo. Grancia della Badia nullius di S. Pietro in Corte in Salerno, può vantare un’antichità quasi pari a quella della chiesa, dalla cui giuri­

sdizione dipendeva; ciò vuoi dire che rimonta ai tempi di Arechi 11, principe dei Logobardi, fondatore della suddetta Badia di Salerno. I nostri pellegrini, che a turbe e preganti ascendono al sacro monte, non sanno forse, nella loro ingenua fede, che parecchi secoli li guardano da quelle pendici, su cui li han preceduti migliaia e migliaia di devoti.

Perché, bisogna pur dirlo, questo Santuario ha sempre avuto un’esistenza ed uno sviluppo a sé, data la grande rinomanza che esso aveva fra i popoli delle nostre province, per cui richiamava folle innumerevoli a venerarvi la immagine della Vergine Incoronata, che gli dà il suo titolo e la sua gloria. Arricchito di privilegi, perché unito ad una delle più illustri badie del Regno delle Due Sicilie, il sacro Eremo montorese ha una prelazione tutta speciale; formata dalla pietà e dalla fede delle nostre popolazioni meridionali. Il titolo di Reale che vanta il Santuario, ab immemorabile, è per le sovrane concessioni guarentigie dei reali munifici protettori.

Il   santuario, un bel tempio in uno stile architettonicamente pre­gevole, circondato da un ospizio per abitazione dei ministri del culto e degli eremiti, e da una vastissima ed importante foresteria è desiderato rifugio delle turbe dei pellegrini, che, giungendovi stanchi,   possono trovare ristoro. A pian terreno ampie stalle ne accolgono le cavalcature. Ecco il nostro Santuario dell’Incoronata, che domina, maestoso ed imponente, tutta la valle di Montoro, dal Castello di Mercato S. Severino alle cime superbe della industre Solofra, e pare risponda, con la glauca corona di monti che lo guardano, al titolo suggestivo, che adorna la sacra Immagine, d’Incoronata.

Il viaggiatore, che in ferrovia si rechi da Napoli ad Avellino, appena s’inoltra nella nostra fertile pianura, tra la frazione Figlioli a e Piazza di Pandola e destra, se leva lo sguardo sulle montagne che vanno a culminare nel monte S. Michele, è attratto dalla visione del Santuario, che dà l’idea di un castello, biancheggiante nel verde cupo ed intenso del bosco. Cominciando dalla stazione ferroviaria di Montoro, mentre il treno ansando e sbuffando percorre varie gallerie col girare per una catena di monti, che inghirlandano, come di un magico monile, la nostra pianura, in un succedersi di pano­rami, che mutano continuamente, il Santuario dell’Incoronata non si perde di vista, ed ora di fronte, ora ai fianchi, accompagna sempre il viaggiatore, che, entrando nell’ultima galleria tra Lunara e Solofra, si distacca mal volentieri da quell’aerea compagnia, che anche ai distratti ed ai preoccupati pare che mandi un saluto, un augurio, una parola di soavità e di pace.

Le origini precise di questo Santuario, meta di pellegrini indi­geni e stranieri, vicini e lontani, non sono, come ho detto, esatta­mente note. Dispersioni di archivi, e forse incuria degli antenati nel tramandare la memoria del sorgere del Santuario, non consentono una storia documentata e critica delle origini e dello sviluppo di quest’asilo di religione, che divide con il celebre Santuario di Montevergine la gloria di essere, in determinate stagioni dell’anno, l’obietto di numerosi e devoti pellegrinaggi.

Il nostro popolo, che la vivezza della fede non sempre salva da superstizioni ed errori, dice che la Madonna venerata sul Santuario dell’incoronata di Montoro e la Madonna venerata sul massiccio del Partenio siano le due Madonne sorelle, ingenua deformazione di un concetto molto semplice, di due manifestazioni iconografiche di una sola ed identica persona.

Riconosciamo però nella deformante leggenda popolare un fondo storico di non comune interesse per l’antichità e la gloria del nostro insigne santuario dell’incoronata.

Certo l’amore al dolce loco natio non fa velo sino ad indurci a porre sullo stesso piano la celebrità del Santuario di Montevergine e la celebrità del Santuario dell’Incoronata. Ma il fatto che l’affluenza dei pellegrini di Montevergine porta, come una nota costante ed invariata, l’affluenza dei pellegrini dell’Incoronata, ci permette di ac­costare, senz’ombra di esagerazione campanilistica, la fama dell’uno alla fama dell’altro Santuario, se non altro in questo che la fede del popolo è sentita così per il grande dipinto bizantino, che si onora a Montevergine, come per la antica pittura, che si onora nel Santuario dell’incoronata, pittura che, in maniera ispirata, effigia la Vergine

La tela è inquadrata di finissimi marmi policromi, corteggiata da artistici Cherubini, e stilizzata da ornati e colonne, che formano fa­stosamente un solo ordine ed un cromatismo di azzurro e di lacche porporine sull’oro degli sfondi, che evocano lo sfolgorio prezioso delle icone delle grandi basiliche. Dinanzi, una bella balaustra e lam­pade di argento, sempre accese, indicano la costante fede dei popoli.

Alla fede ed alla celebrità taumaturgica della nostra Immagine, diffusa anche fuori dell’antico regno di Napoli, si deve, se per oltre venticinque anni, dagli ultimi del 1600 ai primi del 1700, vi con­dusse una vita di penitenze e di preghiere un santo eremita di Pia­cenza, Fra Giuseppe Morselli, insieme con un suo congiunto sacer­dote, D. Costantino Morselli. L’incanto del luogo, la solitudine ma­liosa che lo circonda, la devozione che ispira la sacra Immagine at­trassero i due pii Tornei, che ne fecero, come racconta lo Scoppa, o.c., la loro dimora prediletta ed accrebbero, con l’opera e con la virtù, maggiore lustro al Santuario.

Tutti e due i Santuari sono di antica data. Il nostro dell’incoronata si presenta col diploma di un’origine che rimonta a circa dieci secoli addietro. Il Santuario era, ripeto, Grancia della Badia nullius di 5. Pietro in Corte in Salerno, con la quale formava un sol tutto, sotto la giurisdizione di un solo Beneficiato o Preposito, e quindi ebbe stretta connessione con essa. Nel 1236 l’imperatore Federico investiva della dignità badiale di 5. Pietro in Corte, e quindi anche della Grancia dell’Incoronata, il suo cappellano maggiore D. Tommaso Della Vigna; nel 1300 Carlo Il d’Angiò concesse tale beneficio al cardinale Landolfo Brancaccio; nel 1310 il re Roberto lo conferiva a monsignor D. Francesco Caracciolo; nel 1333 passò al Rev. D. Niccolò Castrocoli; la regina Giovanna beneficiò D. Pietro de Modestis, e dopo la morte di costui, LX Giovanni Ruggi; il re Al­fonso d’Aragona, 1495, donò a suo nipote Luigi la sopraddetta Badia con la Grancia dell’Incoronata. Di poi, Ferdinando il Cattolico, con Real Decreto, concesse l’anzidetto beneficio a Troiano Morntìle2, giusta assenso del papa Clemente VII, nel secondo anno del suo Pontificato, emesso a Roma il 13 novembre 1525. Riconobbe e confermò Carlo V, successore di Ferdinando il Cattolico, con di­ploma da Toledo (Spagna) il l° marzo 1529. Due anni dopo, il Mormile assegnò tale beneficio in dote alla figlia Laura, andando sposa a Federico Pìgnatelli, duca dì Montecalvo. Del diritto di patro­nato sulla Badia e Grancia dell’incoronata godette successivamente la famiglia Pignatelli, fino alla soppressione della Badia con le Grancie, benefici e cappelle, 17 novembre l861. Il 7 agosto 1880, la Grancia dell’incoronata, con relativo istrumento di compra-vendita passò in proprietà al sig.. Mastrangelo Gennaro. Alla morte di questi e del fratello Mons. Emilio, cappellano del Santuario, e, dopo alten vicissitudini, il 23 marzo 1941, l’Arcivescovo Primate di Salerno Mons. Nicola Monterisi, con ispirato provvedimento, affidava il Santuario - con regolare convenzione di cessione - ai Frati Mino apostoli di carità e di bene.

 

 

 

 

Tratto dal libro di Aurelio Galiani

II  edizione curata da Aurelio Pironti

Anno 1990.