LE
FRAZIONI.
FRAZIONI DI MONTORO SUPERIORE.
Torchiati, da taluni ritenuto che
avesse preso il nome dai militi di Tito Manlio Torquato ivi stabilitisi, o,
secondo altri, da certi colombi selvatici, detti volgarmente torchiari, che
lì si annidavano, o, giusta l'opinione di altri, dalla sua posizione alle falde
del Monte Incoronata, da cui è come torchiato, oppresso. Questo
villaggio è stato parecchie volte sommerso da alluvioni, specie quella del 28
ottobre 1505, che lo rase al suolo; venne riedificato più giù del monte, ove
stavano alcune case e la Chiesa di S. Maria di Loreto, in seguito adibita a
Chiesa parrocchiale. E' una bella chiesa: sul maggiore altare vedesi un
artistico quadro della Vergine Lauretana, d'ignoto pennello. E' adorna di tre
antiche statue: S. Biagio, S. Gramazio e S. Andrea d'Avellino, queste due
ultime hanno in petto le singole reliquie. Di buona ornatura è il frontespizio
della porta di entrata, in travertino. L'antica curania era quella del SS.
Salvatore; infatti, se ne ha menzione fin dall'anno 1095, come si rileva da una
logora pergamena dell'archivio di Montevergine, vol. 88, n. 15. E' sita al
principio della prima rampa della salita dell'incoronata; pur dopo la quasi
totale riedificazione fatta dal parroco D. Francescantonio Federici, conserva
qualche reminescenza antica nelle pitture a fresco che se non considerevoli per
merito artistico, sono importanti per la loro vetustà.
Verso il centro del paese è la chiesa della Congrega
di S. Maria dei Sette Dolori, di forma circolare e di ordine barocco,
edificata, su disegno leggiadrissimo del nostro Giovan Battista De Mari, nel
1786, giusta istrumento di compromesso, rogato dal not. Giacomo Moavero, del 27
aprile 1786, tra il priore pro-tempore Nicola Gervasio ed il maestro
muratore Francesco Forte di Galvanico, che si obbligava di costruire
l'accennata chiesa per ducati 650.
Degna di osservazione è la Chiesa francescana di S.
Maria degli Angeli, con l'annesso convento.
Torchiati è capoluogo del Mandamento di Montoro: vi
ha sede la Pretura, il Municipio di Montoro Superiore e la Caserma dei
Carabinieri. Ha una popolazione di 1389 abitanti.
Nei pressi del villaggio vi sono interessanti cave
di tufo calcareo, che ha molta somiglianza con la pietra vulcanica, e vi
s'incontrano anche bianchi di pisoliti e ooliti a struttura
raggiata.
A cavaliere della frazione Torchiati si erge
l'antico e rinomato Santuario dell'Incoronata.
Aterrana, dal greco a
privativa che significa non, e terra cioè senza terreni; infatti
tale contrada è quasi priva di territori coltivabili. Abbonda il silvano ceduo,
il silvano selvaggio ed a frutto, l'olivo. E' alle pendici della catena
Taurina, che fa da sgabello immediato al monte San Michele, detto anche Angelo
di cima; ha una popolazione di circa 830 abitanti. Chi si reca in questo
villaggio, ha l'impressione più che mai di sentirsi isolato, come capitato in
una colonia estera, per quanto la cortesia di ospitalità sia pari al pensiero
spiccato di quegli uomini appartati ed avvolti nella solitudine.
Ha un'antica chiesa parrocchiale, a tre navate,
dedicata a S. Martino, con una vistosa rendita. Interessante specialmente è il
battistero, lavacrum generationis, con un cancello di legno adornato di
pregevoli intagli. Bello è il gruppo dell'Incoronata e quello di S. Anna con la
divina figliuola, d'ignoto autore, posti in una delle cappelle della chiesa,
ove, devotamente e con geniali concetti, dipinse la volta il Dottor Giovan
Angelo De Giovanni fu Vincenzo.
Un monumento veramente classico dello stile angioino
è la chiesa di Montevergine, d'incerta data di fondazione, per quanto una
memoria antica opina che fosse stata eretta da Bartolomeo de Capua, feudatario
di Montoro e protonotario del viceré di Napoli, Cardinale Colonna, 1534.
Precede un artistico pronao ù, quasi gotico, con arcate che piombano su colonne
massicce di travertino, ed ai vertici ogivali dei piccoli bassorilievi
rappresentanti Gesù, l'Immacolata e S. Michele Arcangelo. Interessante è la
porta d'ingresso, con intaglio a rilievo della Vergine e di S. Michele. Di
pregio è la cornice indorata che circonda il gran quadro della Madonna, copia,
di buon pennello ignoto, del dipinto bizantino di Montevergine sul Partendo. La
chiesa venne restaurata nel 1774. Nel soffitto è dipinta a fresco la Natività
di Maria. A sinistra del maggiore altare, una lapide chiude le ceneri di Mons.
Vitantonino Rossi, e le ceneri di suo nipote Pietro Mons. Rossi. Stridente
contrasto a tutto quanto descritto, sono gli altari di marmo, ai dì nostri
eretti. Nei pressi di Aterrana è il rione Chiusa, sulla via provinciale
Solofra -Torchiati.
Banzano, ben sano, per la
salubrità dell'aria, per le sue limpide acque e per il vino squisito e di
pregio. E' a 400 m. sul livello del mare: su questa altura si avvera il sogno
di una vita in cui la salute non esclude la poesia. Un esteso orizzonte lascia
godere l'incantevole sottostante conca montorese, vero tappeto miniato dalla
diversità di coltura della grande campagna, dando una sfida alla città e
invogliando gli smaniosi di libertà di vita a questo soggiorno silente ed
ameno. Per tali vantaggi, in questa frazione vivono i più longevi. Abitanti
1294.
La chiesa di S. Valentino,
per quanto ha subito mutazioni dalla sua origine, ha ritenuto l'antica forma
Caliano, piccolo villaggio, con 417
abitanti. Il cit. Not. Moavero, nel suo rogito del 17 marzo 1759, dice che la
contrada ha tratto il nome degli addetti della cultura di due speciose
masserie, Iongeto e Flavita. Un diploma angioino del 27 dicembre
1300, tra vari homines et vassalli di Montoro, fa menzione degli heredes
Bartholomei de Caliano e di quelli Vassalli de Caliano. La chiesuola
di S. Maria della santità fu eretta dalla pietà del Not. Giovan Andrea Ferrara
e dal cher. Sabino Califano, nel 1605.Al presente è stata elevata a parrocchia
con il titolo di S. Antonio Abate.
S. Eustachio, dal nome del suo
protettore. Campestre, bene esposto ed arieggiato, con una popolazione di 533
abitanti. Il vasto tempio a croce latina in una sola nave, dedicato, a S.
Eustachio, è una delle più belle chiese del montorese, per merito dello zelante
parroco Giosuè Cipolletti che, con fatica e stento, rifece quasi dalle
fondamenta e l'abbellì. Attiguo è il convento delle Stigmatine, fondato dallo
stesso Cipolletti. Nei pressi della detta frazione c'è la Grotta di Nella.
S. Pietro, grazioso villaggio al
centro del mandamento, in cui né l'orecchio è turbato quasi da altro rumore per
se non dal mormorare del Resicco, che scorre, non visto, poco discosto, né
l'occhio mira altro spettacolo se non quello, così riposante, di magnifici
prati, interrotti qua e là dai pini e castagni e circondati dalle nivee giogaie
del monte Tauro.
Ha una popolazione di 767
abitanti. Ogni mercoledì ha luogo un pubblico mercato, istituito con R, Decreto
di Francesco I, in data 9 dicembre 1825, decreto che stabilisce pure una fiera
annuale in detta frazione, nei dì 26, 27 e 28 giugno.
La vasta piazza è abbellita
da un maestoso e secolare pino, che protesse la culla ed ora adombra la lapide
di Vincenzo Galiani (1770-1794), precursore e martire della libertà.
La chiesa parrocchiale, a
tre navate, serba le artistiche statue dei Santi Apostoli Pietro e Paolo; una
ricca porcellina di argento a getto, alla custodia del maggiore altare; e due
pregevoli pile di porfido, per l'acqua santa, stile barocco, con questa
iscrizione, datata 1350, in caratteri elzeviri maiuscoli: Hoc opus fieri
fecit Renza - uxor Q.m. V. i Dr. Ambrosii Galiani. Anno nativitatis Domini MCCCL.
Ai lati dell'abside, due
lapidi racchiudono le venerate ossa degli zelanti parroci: Giovan Leonardo
Galiani e Fortunato Galiani i quali rifulsero purezza di vita e per luce di
consigli e di esempi. Con intelletto d'amore profusero tutta la loro attività e
tutto il lavoro vistoso patrimonio per l'ampliamento e restauri della chiesa
parrocchiale, nonché per legati sacri, per cui sono ricordati e benedetti.
In cornu evangelii si ammira la tela della Sacra Famiglia
di Nicola Pepe, 1861. E' raffigurato il gruppo della Vergine con il Bambino,
quasi a centro del quadro; a destra, un po’ indietro, è S. Giuseppe, lo sposo
purissimo: con posa semplice e devota, è assorto nella lettura dell'altissimo
mistero. Tutta la tenerezza e tutta la gamma dell'amore di madre emana dal suo
volto della Nazzarena, che siede su di una rozza scranna, tenendo in grembo il
suo figliuolo divino. La luce irradiatesi dal Bambino proclama che in esso s'è
umanato il Verbo di Dio. In alto, un gruppo di angioli esprimono l'adorazione e
l'omaggio alla Famiglia sacra. Un vero incanto spira dall'insieme della composizione,
negli accordi delle tinte pastose e delicate.
Accosto a detta chiesa
parrocchiale s'erge un massiccio campanile in travertino, illustrate dal
celebre Paolo Serrao, direttore del Conservatorio di S. Pietro a Maiella di
Napoli, con il suo bellissimo lavoro musicale: Le campane di Montoro. La
campana grande, del peso di circa dodici quintali, ha il motto: Laudo Deum
verum - plebem invoco - mortuos ploro - nimbum fugo - festaque honoro. La
meno grande delle altre due porta la data 1522. Il campanile, si può ben dire,
è sontuoso, per quanto non compiuto giusta il disegno che lo voleva di altri
due ordini toscani; sorge a foggia di torre quadrata, con basamento, cantonate,
estragali e corniciame in pietra viva bellamente scalpellata con bulino
sottile. Fu riedificato sulla pianta dell'antico campanile, e l'opera fu
affidata ai noti artisti coevi: Prisco ed Aniello Ferarucci e Michele Galderisi
di Galvanico, sotto la direzione e progetto del nostro Giovan Battista De Mari,
pittore e conoscitore di architettura. Il campanile incominciò ad ergersi nel
novembre 1776 ed ebbe termine nel maggio susseguente 1777. La spesa fu
sostenuta non solo dalla chiesa parrocchiale, dalla congrega del SS. Nome di
Dio e della cappella del Rosario, ma largamente corrispose la cittadinanza:
gareggiarono i maggiorenti del paese, e generoso fu il popolo che prestò la sua
persona della curania. Anche l'Università di Montoro concorse alla spesa,
prelevando la somma dal pubblico peculio, stantoché - si legge nell'istrumento
del notaio sincrono, Vincenzo Maria Ferrara, - nella Chiesa di S. Pietro
vengono celebrate le Regie e le Ecclesiastiche funzioni solenni, con
l'intervento del Clero secolare e regolare, e concorso dell'intero popolo di
Montoro.
Grava sul cuore il dover
riportare che questa vetusta chiesa parrocchiale abbia dato anch'essa il
tributo di rovina nell'immane guerra. Se non propriamente colpita da raffica
incursiva in quel periodo di emergenza bellica, fu certo conseguenza di quella
il suo crollo. L'opera minatoria nella ritirata dei tedeschi da Montoro, il 28
settembre 1943, fece, tra tanti disastri, saltare in aria il ponte sul Rio
secco, nei pressi della chiesa. Lo spostamento d'aria nella sua violenza
estrema apportò molto risentimento alla fabbrica; le piogge, poi fecero il
resto a che, il 19 febbraio 1946, il più bello ed il più vasto tempio del
mandamento, fosse trasformato, meno l'ala destra, in un enorme
ammonticchiamento di travi e di pietrame.
Era l'ora del vespro, il
segnale della campana già era stato dato, la gente era per via per recarsi in
chiesa quando avvenne la catastrofe. Qualche minuto dopo sarebbe successo un
eccidio. Tale salvezza in tanta iattura, e la sorte che le antiche artistiche
statue degli Apostoli Pietro e Paolo resistettero all'impeto del crollo, ed il
vederle illese in mezzo ad un ammasso di rottami, accreditò, nella semplice e
pia popolazione, la voce della potenza taumaturgica di essi Santi e di
miracolo.
L'immediato interessamento
dell'Autorità civica preposta fece ottenere che il Genio Civile, il giorno
dopo, desse mano ai lavori di sgombero e preventivasse un milione di lire per
la riedificazione. Al presente è in esecuzione l'opera ricostruita dalla
sinistra chiesa, bene auspicando la cittadinanza di rivederla subito elevata al
culto ed alla devozione dei fedeli.
Addossata quasi alla chiesa
parrocchiale è l'Arciconfraternita del SS. Nome di Dio, con la
sveltissima scala barocca a curve
concentriche; vuolsi progettata dal Vanvitelli, che si trovava in quel tempo da
queste parti, per la costruzione del palazzo municipale di Mercato S. Severino.
In esso sodalizio: un bell'altare in legno dorato del cinquecento, un
eccellente coro del settecento, una buona Trinità coi Santi dipinta nel
soffitto da Anton Maria Romero nel 1738. Dello steso autore è l'altro magnifico
quadro al soffitto della sagrestia: Il trionfo del SS. Nome di Gesù.
Considerevole per l'espressione dell'atteggiamento è la statua della Mater
Desolata, rosa dal tempo, ma vivida nei colori, espressiva nella posa, piena di
dolcezza; in legno olivo, di finissima fattura del seicento.
Nella cripta sottostante si
osservano, intorno alle pareti, i sedili di fabbrica forati a scolatoio, ove
anticamente i cadaveri dei confratelli venivano collocati finché si
disseccassero.
Presso la detta chiesa
parrocchiale esisteva un'altra cappella sotto il titolo di Santa Maria dei
sette dolori, e che venne abbattuta per la costruzione della piazza
antistante. Il Not. Nicola Moavero, nell'atto del 17 marzo 1759, riporta: A richiesta
del Rev. D. Felice Gervasio, ci siamo conferiti nella Ven. Cappella di S. Maria
dei sette dolori, eretta poco discosto dalla Ven. Madre Parrocchiale Chiesa di
S. Pietro a Resicco, in dove nel muro a mano destra dell'autore dell'altare, in
una pietra marmore, abbiamo vista, notata e descritta . di sotto ad un'impresa,
seu stemma - la seguente memoria: Aediculam hanc sub pietatis titulo dicatum,
ut magis pietati devoti suppleant aedificatam, restaurantamque curavit Nobilis
Famiglia Galiani. A.D. MDLII. Ne fa menzione anche Scoppa.
FRAZIONI DI MONTORO INFERIORE.
Piano, perché nella pianura, con
una campagna serena e fertile, che si estende dal monte Scampata al territorio
Macchioni. E' sede del Comune di Montoro Inferiore. Ha la stazione ferroviaria
sulla Napoli - Avellino, ed è sulla via nazionale dei due Principati. Vi é un
attivo pastificio, fornito di vasti locali e di tutte le attrezzature moderne;
ben si può dire che è uno dei migliori della provincia. In detta frazione
esisteva l antico Convento Agostiniano. Nella bella chiesa parrocchiale, ove si
venera il protettore di Montoro S. Nicola Tolentino si notano i quadri di S.
Agostino e S. Monica, di S. Pasquale e dell'Addolorata, del nostro De Mari.
Dello stesso autore è il dipinto la cena di Gesù, nella chiesa della
congrega del Sacramento, nel proprio cimitero. Appendice di Piano è la contrada
Parrelle.
Preturo, o perché edificato sulla
pietra dura del monte della Laura, o perché vi risiedette l'autorità
pretoriale. Antico villaggio sulla via nazionale Salerno - Avellino. In un
incarto del Codex Cavensis, anno 971, si apprende che molti beni nelle
pertinenze di Preturo e Faraone appartenevano alla chiesa di S. Massimo in
Salerno. Questa frazione ha dato, quasi in ogni tempo, il maggior contingente
di professionisti. Nei pressi di essa frazione sono le sorgenti Laura e
Labso.
Borgo, l'antico Suburbio, a pié
del Castello, ove nelle vicinanze si istallarono i primi abitatori di Montoro; se
ne ha notizia fin dal 1180. Fu sede del Governatore, detto anche Capitano,
dello Stato montorese. Questi era destinato dai feudatari ad amministrare la
giustizia, nonché a sorvegliare il potere civico. Non si potevano tenere
assemblee, chiamate parlamenti, senza la sua autorizzazione, il concedemo
licentia. Le riunioni si tenevano nelle pubbliche piazze o nelle chiese, o
magari talvolta in una taverna. In esso casale aveva luogo, ogni anno,
l'elezione del Sindaco dell'Università di Montoro, che veniva, qual supremo
magistrato, assunto con pubblico atto: la gestione durava un anno, dal 1°
settembre al 31 del susseguente agosto. Fu anche sede della centrale Catapania,
ove convenivano i vari catalani, uno per casale o quartiere, che
avevano la diretta sorveglianza sull'annona, e ritiravano i proventi dalle case
del pane, che venivano date in appalto dagli eletti del popolo. La vendita
del pane era sottoposta ad una tassa di un tornese per carlino, incasso ch'era
devoluto per spese di riparazione di chiese, strade ed altro.
In una
pietra infissa nella parete esteriore di un fabbricato, che un tempo era
addetto per prigione, osservasi la scritta Borgo paga per cento fuochi,
e sopra, uno scudo con una fascia trasversale. E' la frazione più popolata del
mandamento.
Mercatello,
rione nei pressi della frazione Borgo, così detto per il piccolo mercato che si
teneva, mercato istituito giusta decreto di Carlo II d'Angiò, per concessione
fatta a Bartolomeo Siginulfo, conte di Montoro, nell'anno 1305. In questa
chiesuola - più volte riedificata - per quanto è piccola di mole, per tanto
raccoglie in sé le più vive ricordanze e le più antiche tradizioni del nostro
popolo. Lo Scoppa, o.c. ne fa parola, e dice di essere priva di rendite, ed
appartenere alla giurisdizione della parrocchia di S. felice. Degna di
osservazione è l'antica tela della Vergine: siede al centro con il Bambino, con
ai lati S. Margherita e S. Elena, e, sotto al quadro, tre figure effigiano tre
conti di Montoro, forse gli Zurlo.
Piazza
di Pandola, cioè gran piazza, platea pendula, così chiamata dai Greci, fieri
avversari dei Goti. Questo luogo fu teatro delle lotte fra i due feroci
contendenti: l'uno era accampato verso S. Severino e l'altro nel territorio,
detto tuttora, Campo dei Greci.
Questo
villaggio apparteneva per una metà allo Stato di Montoro e per l'altra a quello
di Mercato S. Severino; politicamente, nell'anno 1816, anche questa porzione fu
aggregata a Montoro. A antiquo, la chiesa parrocchiale era quella di S.
Vito, per i naturali di quella parte della frazione che andavano con S.
Severino, mentre quelli dell'altra parte andavano con la giurisdizione della
parrocchia di S. Bartolomeo. Di poi, nel 1730, fu investita del privilegio
parrocchiale, per l'intera frazione, la chiesa di Santa Maria di
Costantinopoli, ove si ammira l'altare maggiore, opera di Gaspare Lambierto;
per rogito del cit. not. Giac. Moavero, del 16 settembre 1779, venne stipulato
l'atto di appalto tra esso ed il governatore di detta chiesa, D. Michele d'
Agostino. Il primo si obbligava di costruire l'altare maggiore e la balaustra,
con marmo statuario, e con colori verde antico, rosso di Francia, giallo di
Siena, con sculture del paliotto e testine, tutto diretto e secondo il disegno
del celebre Francesco Palombo. Il d'Agostino si obbligava di corrispondere
ducati ottocento. La facciata della chiesa è di ordine dorico, sulla porta
d'entrata leggesi: Templum - Mariae Virginia de Costantinopoli - domine ac
tutela Augustini - et Divae Luciae Martiris Invictae - Patrocinio Venerandum -
Anno MDLXXVII erectum - Patronatus - civium Plateae - Montis Aurei - Rude et
aevitate fatiscens - ex ejus templi redditibus - ipsi ob religionem pietatis -
iterato - exaedificandum exornandumque - cura - verunt anno MDCCLXVIII - ad
divotionem Laurelntii Caserta.
Poco
discosto dalla predetta frazione, vi è una cappella dedicata alla Vergine del
Soccorso, nel tenimento di Fisciano, ma sotto la dipendenza della parrocchia di
Piazza di Pandola. In essa cappella si venera il corpo di S. Innocenzo martire.
La scheda del notaio Giuseppe Antonio Maffei, 1845, ci dice che le spoglie del
Martire furono, da tale Antonio Cafiero di Sorrento, trasportare da Gerusalemme
a Cava dei Tirreni, e di poi il genero, Vincenzo Polichetti, le portò a
Montoro.
Misciano,
da miscere, miscuglio di case, o da mi sano, per le acque limpidissime
e salubri di una sorgiva, sita nei pressi di detto villaggio. In vari incarti
antichi vien detto anche Bisciano, dalle bisce che si annidano alle falde della
vicina montagna Acquella, ove avvenne lo storico scontro tra le truppe
rivoluzionarie e le truppe borboniche, comandate dal generale Campana - 4
luglio 1820.
La
chiesa parrocchiale è dedicata a S. Stefano Levitia. Degni di considerazione
sono i quadri: la Sacra famiglia per la vetustà, e la discesa dello
Spirito Samto, per le bene imitate tinte guariniane, d'ignoto pennello;
questo dipinto, malamente e con poco criterio, fu riprodotto a fresco, sotto la
volta nel 1875, da tal Vincenzo Conforti. Bello è l'intaglio in legno alla
custodia dell'altare della Deposizione. Di buono stile è la costruzione
della scalinata in travertino.
S.
Bartolomeo e S. Felice, dal nome dei loro protettori. Frazioni
eminentemente agricole.
Vigna
Veterana,
antica contrada; ora fa parte del villaggio S. Felice. Al soldato romano, che
aveva prestato servizio a lungo nelle milizie, venivano dati in dono dei lotti
di terra da coltivare: forse da questo il nome. Nei pressi di essa contrada,
esisteva una cappella dedicata a S. Maria di Costantinopoli, che per l'ingiuria
del tempo è andata distrutta; sono ancora visibili dei ruderi.
Tratto dal libro di Aurelio
Galiani
II edizione curata da Aurelio Pironti
Anno 1990.